Il peso delle tasse punta a superare il 45% "un livello che ha pochi confronti nel mondo", ha detto il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino. "Se a ciò si aggiunge che le stime più accreditate ipotizzano un livello di evasione fiscale dell'ordine del 10-12% del prodotto - ha aggiunto Giampaolino - ne consegue che il nostro sistema è disegnato in modo tale da far gravare un carico tributario sui contribuenti fedeli sicuramente eccessivo".
In questo passo di "Se questo è un uomo" Primo Levi sintetizza i concetti di prevaricazione, privilegio, discriminazione ed opportunismo sociale.
...è legge che l'ultimo utente del secchio medesimo vada a vuotarlo alla latrina; è legge altresì, che di notte non si esca dalla baracca se non in tenuta notturna (camicia e mutande), e consegnando il proprio numero alla guardia. Ne segue, prevedibilmente, che la guardia notturna cercherà di esonerare dal servizio i suoi amici, i suoi connazionali, e i prominenti; si aggiunga ancora che i vecchi del campo hanno talmente affinato i loro sensi che, pur restando nelle loro cuccette, sono miracolosamente in grado di distinguere, soltanto in base al suono delle pareti del secchio, se il livello è ono al limite pericoloso, per cui riescono quasi sempre a sfuggire alla svuotatura. Perciò i candidati al servizio del secchio sono, in ogni baracca, un numero assai limitato, mentre i litri complessivi da eliminare sono almeno duecento, e il secchio deve quindi essere vuotato una ventina di volte.
In conclusione, è assai grave il rischio che incombe su di noi, inesperti e non privilegiati, ogni notte, quando la necessità ci spinge al secchio. Improvvisamente la guardia di notte balza dal suo angolo e ci agguanta, si scarabocchia il nostro numero, ci consegna un paio di suole di legno e il secchio, e ci caccia fuori in mezzo alla neve, tremanti e insonnoliti. A noi tocca trascinarci fino alla latrina, col secchio che ci urta i polpacci nudi, disgustosamente caldo; è pieno oltre ogni limite ragionevole, e inevitabilmente, con le scosse, qualcosa ci trabocca sui piedi, talché, per quanto questa funzione sia ripugnante, è pur sempre preferibile esservi comandati noi stessi piuttosto che il nostro vicino di cuccetta.
Morale: se a vuotare il secchio o a pagare le tasse ci vanno sempre gli stessi non si va da nessuna parte. Alessio Di Tommaso
Questo è l'inferno.
Oggi, ai nostri giorni, l'inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi di stare in piedi, e c'è un rubinetto che gocciola e l'acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente.
Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti.
Qualcuno si siede per terra.
Il tempo passa goccia a goccia. Primo Levi
La strada si avvitava su un colle disegnando una spirale di chilometri. In cima alla salita, fra le tracce stinte di un posto di frontiera, svettava un moderno obelisco di cemento, simbolo dell'unione fra le due Germanie e ricordo indelebile di una separazione dolorosa ed ancora riecheggiante. Da quel punto in poi la cartina stradale diventava meno dettagliata. Nessuna segnalazione di rilevanza turistica. Si limitava a riportare le strade, come se nell'ex DDR non ci fosse nulla da vedere.
Effettivamente tutto cambiava. La strada proseguiva assecondando l'andamento del territorio, senza ponti né gallerie, e, nell'asfalto fratturato, vaste aperture lasciavano intravedere la vecchia pavimentazione in ciottoli di fiume. L'atmosfera irreale della foresta tedesca si stemperava nell'odore dolciastro dei campi di patate. Il sibilare delle BMW si mescolava al frinire delle Trabant, vetturette con la carrozzeria di plastica ed il motore a due tempi. Supermercati, centri commerciali, teatri, sale cinematografiche, discoteche ed alberghi trovavano posto nei colossali ruderi delle industrie di stato, mostri grigi trasformati in strutture sgargianti, capienti, vive, ma comunque inquietanti.
Il territorio dell'ex DDR era un immenso cantiere a cielo aperto, il fragore di un'operosità frenetica rombava nell'aria e dovunque si indovinavano gru e pennacchi polverosi. Spesso le strade erano interrotte per lavori, ma chiedere informazioni per percorsi alternativi era impossibile, non incontrai un solo tedesco dell'est che conoscesse l'inglese. Le donne avevano un'aria semplice e genuina, portavano in volto il pallore di una vita senza agiatezze. Indossavano grossolani abiti fiorati lunghi fino al ginocchio chiusi in vita da una stringa ricavata dalla stessa stoffa, una specie di uniforme per casalinghe.
Percorrevo un viale che attraversava l'ennesimo paesino spoglio, grigio e polveroso. Una bella ragazza, animata dal passo svelto di chi è affardellato, attirò la mia attenzione. Riuscii a scorgerla da lontano, fra la gente, e a non perderla di vista fino ad incrociarla. Indossava il solito abitino da casalinga, ma i fiori, piccoli e colorati, spiccavano sull'elegante sfondo bordeaux. In quel grigiore spiccava come il cappottino rosso della bambina di "Schindler's list". Portava una grossa cesta tenendola premuta conto l'anca con una sola mano. Il braccio libero scandiva l'incedere muliebre ed inconsapevolmente superbo delle belle creature. Quell'andatura fatta di passi brevi e frequenti metteva in moto le sue carni, e la veste, tesa dal peso sul fianco, conteneva a stento voluttà e floridezza. Era da un po' di giorni che facevo il turista a tempo pieno, fermarmi ad ammirare tutte le meraviglie che incontravo era ormai un'abitudine. Senza neanche rendermene conto mi ritrovai fermo a guardarla manco fosse una chiesa gotica o un panorama montano, dovetti reprimere l'istinto di metter mano alla fotocamera. La ragazza decise di fermarsi a sua volta e mi guardò con una scherzosa aria di sfida. Cercai di recuperare un contegno distogliendo lo sguardo verso il nulla, senza riuscire a cancellare dal mio volto quella stupida espressione a bocca aperta da "meravigliato dal mondo". Si avvicinò illuminata dal compiacimento e mi porse una pagnotta presa dalla cesta. Il pane era caldo e profumava di buono, o almeno credo, lei aveva un sorriso da bambina che avrebbe sciolto il pack e reso dolce il cianuro. Avrei voluto dirle qualcosa, ma cosa? e in quale lingua? Certo, avrei potuto ringraziarla, anche con un semplice gesto, ma lo stato di sopravvenuta demenza temporanea da tempesta ormonale me lo impedì. Lei flautò un incomprensibile saluto e mi lasciò lì, con la pagnotta in mano, portandomi via un organo interno. Ne sono sicuro perché ho avuto un senso di vuoto nel petto e nell'addome che mi è durato per molto tempo.
Ripresi a spingere sui pedali cercando di dimenticare quell'episodio nel tentativo di liberarmi dal senso di inadeguatezza che mi aveva aggredito. Dopo poco smisi di pedalare lasciando scorrere la bici per inerzia. Un lago, una panchina, la mia stanchezza, una pagnotta calda, l'emozione che ancora vibrava nello stomaco, c'erano tutti gli ingredienti per strappare qualche minuto stanziale al frenetico viaggiare di quei giorni. Mi sedetti su quella panchina aggredita dalla vegetazione spontanea, la stessa vegetazione che aveva scomposto la pavimentazione del marciapiede. L'artefice di quel piccolo disastro era una inquietante pianta lacustre costituita da rami violacei, abilissimi nell'infilarsi negli anfratti e nell'avviluppare gli oggetti per poi distruggerli per costrizione, un autentico demolitore vegetale, lento ma inesorabile. Il cielo grigio e fumoso si specchiava nell'acqua facendone un posto triste e cupo. A riva alcuni rifiuti popolati dal muschio assecondavano l'impercettibile moto ondoso e contornavano di squallore il lago meno bello d'Europa.
Mentre affondavo i denti nella fragranza del pane fresco comparve una coppia di cigni. Non saprei dire chi fosse il maschio e chi la femmina, a dire il vero non sono nemmeno in grado di escludere l'omosessualità, so soltanto che erano meravigliosi. Presi singolarmente sarebbero stati dei bellissimi esemplari, e basta, ma insieme rappresentavano uno spettacolo talmente commovente e disarmante da eclissare lo squallore che li circondava. Eleganti e maestosi, giocavano, scherzavano, si amavano, si completavano, godevano pienamente della loro vita semplice e frugale. Allungai la mano verso la borsa determinato a prendere la fotocamera per fissare quegli istanti. Nel recuperare la borraccia, che nel frattempo era caduta sotto la panchina, scorsi un fiore di dimensioni eccezionali e di straordinaria bellezza. Ero totalmente sconvolto, quello schifo di pianta distruttrice e priva di foglie aveva deciso di far sbocciare un unico, magnifico fiore nel posto meno raggiungibile e meno visibile, quasi avesse pudore di tanta bellezza. Lasciai perdere la macchina fotografica e continuai a godere di tutti i tesori che quell'angolo di mondo serbava.
Il bello è in ogni posto, e non sempre è segnalato da una cartina.
dal mio sito sul cicloturismo www.bikeride.it Alessio Di Tommaso
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando a casa, andando per via,
Coricandovi, alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi. Primo Levi
Ho finto, lo confesso.
Ti ho vista e già sapevo,
ma non sono caduto ai tuoi piedi,
mi è mancato il coraggio.
Ti amo da sempre,
da quando ero un bambino,
e mi perdevo nei riflessi di un volto che non c'era.
Anche in chiesa,
quando sei arrivata nel tuo splendore,
pelle di panna e occhi di sole,
ho mentito, lo confesso,
ho risposto “Si, lo voglio”,
ma io ti amo, la volontà non c'entra.
Ti amo da sempre,
da quando ero polvere,
amo il pezzo di universo che è dentro di te. Alessio Di Tommaso
Sei dentro di me, dentro ogni cosa,
come una pelle che protegge ma lascia sentire,
come un messaggio nella bottiglia da leggere quando servirà,
come l'ombra nella calura, una sedia nella radura,
un bicchiere d'acqua nell'arsura.
Sei dentro di me, dentro ogni cosa,
dentro un passato recente che è già nostalgia,
dentro il ricordo che tornerà a folate, col suo carico di emozione fanciulla,
dentro il vento della saggezza che tornerà a baciare la mia fronte,
e mi guiderà, mi aiuterà, mi esorterà a non smarrire la strada. Alessio Di Tommaso
Nessuno è solo come un uomo che non crede.
Il buio è più buio se non credi,
trovare la forza per rialzarti è più difficile.
E se, davvero, in fondo a questo viaggio non ci fosse nulla?
Se, davvero, il tunnel di luce portasse al buio?
Non si può combattere da soli per tutta la vita,
non si può, da soli, affrontare la morte.
Un pensiero si insinua, fatalmente,
è un lampo baluginoso,
una goccia nel deserto,
la differenza fra il vuoto e la speranza.
Credo. Alessio Di Tommaso
I figli sono tutto, tranne qualcosa.
I figli non sono album da colorare, tentare di coprirne i difetti impedisce di accettarli ed amarli completamente.
I figli non sono kit da montare quando si ha tempo, vanno lasciati crescere curandoli costantemente ma mettendoci mano il meno possibile, come la massa dei panzerotti.
I figli non sono rivincite, e nemmeno la tua seconda possibilità, sono la loro unica possibilità.
I figli non sono il tuo futuro, solo i meschini rivendicano il possesso su qualcosa che hanno donato.
I figli sono tutto, tutto il resto. Alessio Di Tommaso
Ero uscito con il mio abito beige, mi faceva sentire a mio agio, in tinta col sole di primavera. Gli altri indossavano i jeans di Armani, l’uniforme di quel aprile dell’ottantaquattro. Ma le uniformi uniformano chi ce l'ha, per gli altri sono divise, ti dividono dal gruppo.
C’era una ragazza che mi piaceva, in realtà non la conoscevo, non abbastanza da decidere che sarebbe stata la donna della mia vita, ma il solo fatto di guardarla mi faceva sentire bene, e male. Sentivo un male fisico, interno. Non un dolore allarmante ed oscuro, di quelli che ti fanno correre al pronto soccorso. Era più un tormento, un senso di vuoto, l’esatto contrario del mal di stomaco, un malessere continuo e dolcissimo. E poi quel gran mal di testa, un pensiero fisso, dominante. Ne parlai a mio fratello. “Stai crescendo” mi disse. Non pensavo che la crescita facesse vedere il mondo con occhi diversi. Erano tre mesi che portavo gli occhiali, una montatura craxiana demodè, ma non era una questione di vista. Guardavo i miei amici e non vedevo altro che degli sciocchi, dei bambini che portavano i loro corpi da adulto come vestiti di carnevale, un carnevale fuori stagione, fuori luogo.
La serata si trascinò stancamente, come un cane morente in cerca del posto giusto dove sputare l’anima. La stradina di paese che portava alle giostre era semideserta. Una tv a volume troppo alto rimbombava per la via, la sigla della domenica sportiva aveva su di me l’effetto di un fendente, una coltellata che apriva il sacchetto in cui stipavo i miei sensi di colpa. Anche quella domenica era finita e, come al solito, non avevo fatto i compiti. Mi aspettava un altro lunedì di merda con salto della prima ora e coma vegetativo per le restanti quattro. Lo so, è stupido prendersela con il lunedì, è un giorno come gli altri, solo più sfortunato. E’ come la punta della supposta, è lei che passando fa male, il resto scivola via senza maledizioni.
Eravamo davanti al traballero ed il solito mitomane faceva sfoggio delle sue doti di equilibrista. Anni dopo ne ho conosciuto uno a cui era andata male, indomito, impennava la sedia a rotelle e rimaneva in surplace. Lei, la ragazza che era riuscita ad entrarmi dentro senza neanche avvicinarsi, se ne stava fra le braccia di un tipo, uno brutto. Ingoiai amaro. Pensai di valere meno di quello schifo di ragazzo. Pensai che confidarmi con dei bambini pronti a ridere della loro stessa ombra non mi avrebbe aiutato. Intanto le stupidaggini del giostraio uscivano dall’altoparlante distorte e gracchianti. Non è importante avere qualcosa di decente da dire, la facoltà di parola si guadagna con i decibel, basta un microfono in mano per avere il diritto di inquinare il mondo senza contraddittorio. Vaffanculo a te giostraio, ed alla tua sterile logorrea. Vaffanculo a voi fantocci dei miei vecchi amici, andate a scimmiottare un po’ più in là. Vaffanculo a tutti questi invasati che si divertono perché sono determinati a farlo, non perché ci sia l’ombra di un motivo. Ci si può sentire soli ovunque, soprattutto in mezzo alla gente.
Alzai lo sguardo e mi rifugiai nelle stelle. Cassiopea, una W in mezzo al cielo, in quel triste contesto mi sembrò capovolta. Andromeda, la più femminile e materna delle costellazioni, mi stava sui coglioni pure lei. Ma cosa sono le costellazioni? Gruppi di stelle? No. Sono stelle di origini diverse che si trovano a enormi distanze l’una dall’altra. Nulla in comune, solo il nostro punto di vista. Sono oggetti celesti otticamente raggruppabili, insomma, li abbiamo accomunati noi uomini, e ci siamo inventati nomi, storie, un sacco di cazzate. E’ una nostra fissa, una tara da bambini, vogliamo raggruppare, unire, fidanzare tutto e tutti. Come quel mio compagno delle medie “Paolo e Licia sono fidanzati?” “Chi?” “Quelli di BimBumBam!” Vaffanculo pure a te! La Galassia di Andromenda, M31 per gli amici, quello si che è un gruppo di stelle. E’ la luce di miliardi di astri partita 2,5 milioni di anni fa, quando sulla terra c’erano ancora gli australopitechi, e la lingua e le lettere che abbiamo utilizzato per darle un nome manco esistevano. Quelle stelle potrebbero non esistere più, ammiriamo una proiezione, solo a pensarci viene il mal di testa. Granelli di sabbia al vento, questo siamo. Parassiti su un residuo di combustione, niente di più.
Tornai sulla terra. Il chiasso furibondo della festa patronale prese il posto del silenzio siderale in cui mi ero rifugiato, mi sorprese. Ero ancora lì, in mezzo agli abitanti della terra, agli alieni. Non tutti possono ascoltarti. Non tutti parlano la tua stessa lingua. Quando ti senti solo in mezzo all’universo e ti viene voglia di arrenderti e comprare una schifo di uniforme, tirati su, prova a fare due passi, ad andare più in là. Non cedere alle lusinghe dell’omologazione, sii te stesso, custodisci le tue peculiarità, sono la sola cosa che ti distingue dalla massa. Troverai chi le apprezza, chi ti ama, chi vede in te qualcosa di speciale. E’ facile trovare apprezzamento in mezzo al gregge, ma è un apprezzamento finto, fine a se stesso, l’apprezzamento che si riserva a chiunque capiti lì, “sei un grande”, “sei solare”, “sei un mito”, è solo un modo per dirti che vali qualcosa, qualcosa più di un cazzo di niente. Non si può condividere la vita con qualcuno solo perché ti capita accanto, non si può stare insieme per caso, come oggetti che si incontrano sul fondale marino portati dalle correnti, e lì giacciono.
Ci si può sentire soli ovunque, soprattutto in mezzo alla gente, ed è del tutto normale. Alessio Di Tommaso
Nessuno può fermare Richard, nemmeno Khalid Skah che si ostina a rimanergli attaccato alle calcagna. Nessuno può impedire a Richard di prendere ciò che è suo di diritto. Lui è il più forte, lo ha già dimostrato. Ai mondiali ha battuto la strada al suo capitano e gli ha ceduto la vittoria, per rispetto, per anzianità. Ma adesso tocca a lui, e non c'è nessuno a battergli la strada, non perchè nessuno sia disposto a farlo ma perché, semplicemente, è impossibile. Negli ultimi due giri Richard è talmente veloce che difficilmente si riesce a stargli in scia, chi potrebbe stargli davanti?
Nessuno può fermare Richard, o forse si, qualcuno potrebbe farlo. Un concorrente sleale potrebbe rallentare, farsi raggiungere, e poi, invece di cedere il passo per il doppiaggio, tagliare la strada, rompere il ritmo, e chi fa sport di fondo sa di cosa parlo. Ma una cosa così non si è mai vista alle Olimpiadi. Non fino ad oggi, almeno. Perché Hammou Boutayeb è davvero lì, e continua ad ostacolare, fintare, zigzagare, disturbare in tutti i modi, anche con le parole. La folla assiste allo spettacolo più antisportivo della storia delle Olimpiadi, ed è furibonda. Un commissario di gara tenta addirittura di bloccare fisicamente il doppiato, ma niente. E' il caos.
Questa storia inizia negli anni '70 fra le colline del Cherangani, dove l'Africa è verde e fresca. Lì, in Kenia, a tremila metri sul livello del mare, nelle tende della tribù Kalenjin, nacque una generazione di fenomeni. Potenti come cavalli, leggeri come uccelli, eleganti come fenicotteri.
Da quelle parti non si usa tramandare il cognome, per la loro cultura il nome non ha il solo scopo di identificare una persona, ma anche quello di definirla. Per questo nessuno penserebbe che i plurimedagliati Moses Kiptanui, Ismael Kirui e Richard Chelimo, siano parenti, eppure sono fratelli e cugini, nati e vissuti nello stesso villaggio, allevati dalla stessa famiglia.
I tre erano solo dei ragazzini quando i sogni di Henry Rono, anch'esso keniota degli altipiani, furono spezzati dal boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca. Henry deteneva i record sui 3.000, 5.000, 10.000 e Siepi, insomma tutti! Avrebbe fatto man bassa di medaglie, e invece niente. Aveva cominciato tardi, quando era riuscito a scappare dall'Africa, ed era ormai trentenne, non avrebbe mai partecipato ad un'Olimpiade. Così aggiunse un record al suo palmares: è l'unico detentore di record a non aver mai vinto una medaglia olimpica, mondiale, ma nemmeno nazionale, nella propria specialità.
Richard Chelimo arriva ai Mondiali di Tokyo 11 anni più tardi, ed ha un solo pensiero, rendere onore al suo idolo Henry Rono e restituire al Kenia quanto gli era stato negato. Quei 10.000 metri saranno una gara drammatica. E' in quella gara che il nostro Salvatore Antibo cadrà vittima dell'epilessia. La stessa gara in cui Richard, secondo al traguardo, mostrerà al mondo il suo strapotere negli ultimi due giri ed il suo limite nello sprint finale. La stessa gara in cui Khalid Skah, terzo al traguardo, gli prenderà le misure e preparerà una diabolica trappola per le Olimpiadi di Barcellona.
Trecento metri al traguardo. Dopo aver spudoratamente ostacolato Richard, Hammou Boutayeb cede di schianto. I due battistrada sono soli, ma ancora insieme. L'ignobile missione è compiuta. Richard Chelimo contro Khalid Skah. Agilità contro potenza. Inizia lo sprint. Richard tiene duro, tiene per senso di giustizia, tiene per senso del dovere. Tiene tutto, perché altrimenti uscirebbe quello che ha dentro, rabbia, lacrime e disperazione. Ma alla fine deve piegarsi. Khalid ha un finale al fulmicotone, non ha mai perso uno sprint nella sua carriera, e non perderà nemmeno questa volta.
Squalificati! Tutti d'accordo. Il pubblico l'ha chiesto a gran voce, già prima che la gara pantomima finisse. I commissari ratificano. Richard sale sul gradino più alto e corona il suo sogno. Sul terzo gradino c'è Antibo, il suo bronzo olimpionico rende sublime il suo addio forzato all'agonismo. Ma dura poco. L'indomani Salvatore dovrà restituire la medaglia e Richard accontentarsi dell'argento. Il ricorso della nazionale marocchina viene arbitrariamente accolto. L'unico squalificato è Hammou Boutayeb, il “doppiato”.
Richard Chelimo aveva pieno diritto a quell'oro olimpico. Il mondo intero ha assistito a quello spettacolo indegno. Tutti hanno visto. Due atleti sleali hanno fatto scempio di ogni valore etico, si sono fatti beffe dello spirito olimpico proprio durante l'Olimpiade, e nessuno ha fatto nulla. Anzi, il comitato olimpico ha premiato uno di loro. Vergogna!
Il mondo ha voltato le spalle a Richard, lo ha lasciato solo. Se Richard Chelimo non ce l'ha fatta è colpa nostra. E' colpa nostra se Richard ha smesso di credere nello sport e s'è ritirato dall'agonismo a soli 23 anni. E' colpa nostra se, quando è morto, non aveva al collo il suo oro olimpico. Un tumore alla testa se l'è portato via a 29 anni. Un campione è morto solo e triste, ed è colpa di ognuno di noi.
Da Barcellona '92 sono passati 20 anni. L'Olimpiade di Londra è alle porte e rappresenta l'ultima grande occasione per restituire dignità ad una competizione e rendere giustizia ad un alteta.
Per l'amor di Dio, restituiamo l'Oro a Richard Chelimo! Alessio Di Tommaso
Fini e Bocchino caldeggiano le liberalizzazioni?
Loro che hanno cavalcato le proteste di tassisti e farmacisti contro Bersani?
Che coraggio!!!
Solo alle persone intelligenti è dato di cambiare idea ma, fra loro, solo i disonesti pretendono di non pagare per i loro errori.
La storia non si può cancellare: l'alleanza con Berlusconi, le leggi ad-personam, le bugie sulla crisi e sugli affari personali, il malgoverno, le famiglie e le imprese sul lastrico.
Se l'Onorevole Fini avesse un briciolo di onore si sarebbe già fatto da parte. Alessio Di Tommaso
Parole scritte
e mai più lette
sopra un mare d’inverno
e quello che abbiamo perduto
e non vivremo
e quello che abbiamo vissuto
e ci fu tolto
e quello che è tuo
ed è mio
e non più nostro
soltanto parole scritte
da non leggere mai più
ed il sole e tutto
e la notte e tutto
ed ogni cosa
allora vieni
quando avrò perduto me stesso
e non sarai più nulla. Pasquale Di Tommaso
Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere
Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere
la mia città, la mia Istanbul mi mandasse
un cassone di cipresso, un cassone di sposa
se io l'aprissi facendo risuonare
la serratura di metallo: dccinnn...
due rotoli di tela finissima
due paia di camicie
dei fazzoletti bianchi ricamati d'argento
dei fiori di lavanda nei sacchetti di seta
e tu
e se tu uscissi da lì
ti farei sedere sull'orlo del letto
ti metterei sotto i piedi la mia pelle di lupo
con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te
ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito
come sei bella, Dio mio, come sei bella
l'aria e l'acqua d'Istanbul nel tuo sorriso
la voluttà della mia città nel tuo sguardo
o mia sultana, o mia signora, se tu lo permettessi
e se il tuo schiavo Nazim Hikmet l'osasse
sarebbe come se respirasse e baciasse
Istanbul sulla tua guancia
ma sta' attenta
sta' attenta a non dirmi "avvicinati"
mi sembra che se la tua mano toccasse la mia
cadrei morto sul pavimento. Nazim Hikmet
Mi fermero' senza dubbio stupito,
se mai ci ritroveremo in una vita futura,
nel cammino e alla luce d'un altro mondo lontano.
Capiro' che i tuoi occhi, simili alle stelle dell'alba,
sono appartenuti a questo cielo notturno e dimenticato
d'una vita passata.
Si', comprendero' che la magia del tuo viso,
è pronta ancora al balenare appassionato del mio
sguardo,
in un incontro immemorabile e che al mio amore
tu devi un mistero di cui non conosci piu' l'origine. Rabindranath Tagore
Dieci anni sono passati, uno sull'altro, come inutili strati di pelle su una piaga troppo fonda per non dolere.
Amo la vita!
Amo i miei figli, mia moglie, amo perfino il mio destino, sulla fiducia, ma se mi guardo indietro mi sento mancare.
Centoventi mesi giacciono, sparsi ovunque, come sacchi vuoti, inanimati e traslucidi come mute di serpe.
Quanto è vana la frenetica operosità che, giorno per giorno, vuota i tubetti di dentifricio, riduce a rottami auto fiammanti, consuma le cartilagini delle nostre ginocchia.
Siamo un fiume di biglie che rotolano sul piano inclinato del tempo, senza controllo, e saltellano allegramente verso la fine.
Una vertigine senza il vuoto, un urlo senza aria da spostare, questo resta del frettoloso e disordinato incalzare delle ore.
Mi manchi. Alessio Di Tommaso
Amo quelli che non hanno pudore dei propri sentimenti.
Se c'ho le palle che mi girano può scendere Dio in terra...
E non c'è funerale che tenga, se sono felice me la spasso, non posso mica aspettare che il resto del mondo lo sia.
Amo chi accetta il proprio ruolo con dignità, senza vittimismi o rivendicazioni, nella società, in famiglia e nel lavoro.
Amo quelli che hanno deciso di cambiare il mondo e che, pur fallendo, sono morti fiduciosi di poterlo fare.
Amo chi ha il coraggio delle proprie azioni e delle proprie idee, è da vigliacchi pensare alle conseguenze di un gesto necessario. Alessio Di Tommaso